Bereguardo →Torre d’Isola
LUNGHEZZA
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DISLIVELLO IN SALITA
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QUOTA MASSIMA
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DIFFICOLTÀ
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ACQUA
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ITINERARIO
XIII
BEREGUARDO
TORRE D’ISOLA
In questo tratto l’indiscusso protagonista è indubbiamente il fiume Ticino che, cambiando l’alveo nel corso della sua vita, ha originato un’ampia valle dominata da terrazzi sui quali sono sorti gli insediamenti di Vigna del Pero, San Varese, Sette Filagni e Torre d’Isola.
INIZIO
BEREGUARDO
Il punto di inizio dell’itinerario si colloca nel cuore del nucleo abitativo di Bereguardo, comune di 2.641 abitanti del pavese nord-occidentale, famoso per il caratteristico Ponte di barche, e facilmente raggiungibile in pullman sia da Milano che da Pavia (Linea 92). Si consiglia di partire dalla centralissima Via Castello lungo la quale si trova l’imponente Castello visconteo che, circondato dai resti ancora visibili dell’antico fossato, sorge su un’altura naturale dominante la Valle del Ticino. Percorrendo solamente pochi metri si può scorgere anche l’elegante Palazzo del Majno, edificio signorile barocco situato proprio di fronte all’ingresso del Castello.
CASTELLO DI BEREGUARDO
Breve Storia
Le prime notizie relative a questo castello risalgono al 1351, quando temporaneamente ospitò la corte di Galeazzo II Visconti. E’ probabile che i Visconti acquistarono un qualche tipo di fortificazione e il villaggio dalla Mensa arcivescovile di Pavia, ma che piuttosto che usarlo a fini militari preferirono adibirlo a residenza di caccia nei vasti boschi che la circondavano, ricchissimi di selvaggina. E’ probabilmente a causa degli svaghi che vi si svolgevano e della posizione panoramica, che il castello prese il nome francese di Beauregarde, poi Bel Riguardo ed infine Bereguardo. Per questo motivo intrapresero lavori di restauro nel 1392 e poi ancora nel 1438. Nel 1448 Francesco Sforza cedeva il castello e la possessione di Bereguardo a Matteo Marcagatti Attendolo Bolognini, che a sua volta cedeva il castello di Pavia, di cui era castellano, ad Agnese del Maino, che era stata amante di Filippo Maria Visconti e dalla cui unione era nata Bianca Maria Visconti, sposa dello Sforza. Successivamente, nel 1450, lo Sforza, divenuto duca, cedeva gli stessi beni al proprio genero Giovanni Maruzzi da Tolentino. I Tolentino rimasero signori di Bereguardo fino al primo quarto del XVIII secolo, me nel frattempo il castello era stato frazionato tra i vari rami del casato. Nel 1897 l’ingegnere milanese Giulio Pisa, che nel frattempo aveva acquistato tutta la proprietà, donò il complesso al municipio di Bereguardo che ne è l’attuale proprietario e dove sono ospitati gli uffici comunali.
Descrizione
Il castello è posto su un lieve rilievo naturale dominante sulla valle del fiume Ticino di forma regolare quadrata, anche se la demolizione, forse già nel XVII secolo dell’ala nord-est, dei porticati interni, la cappella e una torre ne ha comportato la riduzione all’attuale pianta a U. Attorno all’edificio un fossato era alimentato dalle acque del vicino Naviglio di Bereguardo e probabilmente si accedeva all’interno della corte principale attraverso un ponte levatoio, di cui rimangono solo le tracce degli scassi per i bolzoni nella parte superiore della muratura. Sotto il coronamento a merli ghibellini, attualmente murati, si riconoscono le aperture originarie. Si segnala la bifora con l’elegante colonnina in marmo sulla facciata esterna all’angolo dell’ala sud-ovest, con il marchio FM ad indicare che i lavori furono intrapresi all’epoca di Filippo Maria Visconti. Oggi è difficile immaginare l’aspetto originale degli ambienti interni, riccamente addobbati da arazzi e dipinti, se non attraverso due inventari risalenti al 1516 e 1517 dei beni dei fratelli Ludovico e Giovanni Tolentino, che descrivono il complesso organizzato attorno al grande cortile centrale oltre ad altri cortili di servizio, dotato di porto con colonne marmoree e una “salla aperta”. Era costituito da due sale per le dame, una al piano inferiore e una a quello superiore, una sala grande vicino alla chiesa e un’altra nell’ala versa la piazza, una “camera regale”, riccamente decorata e con due ancone dorate (una dipinta a olio raffigurante la Vergine e una tela raffigurante S. Girolamo), la cappella dedicata a S. Nicola da Tolentino (nell’ala oggi distrutta), una stanza della torre, due cancellerie, stanze per il fattore e per il pretore, e poi locali di servizio come stalle, cucine, dispense e cantine. Nel Seicento alcune sale erano dipinte, come quella “dei falconi e degli astori”, probabilmente con scene di caccia come il nome sembra suggerire. Nell’Ottocento un visitatore dice di aver visto una scritta in tedesco, probabilmente il motto di Francesco Sforza “Mit Zait”, emblema scelto per sottolineare la virtù della pazienza in diplomazia.
Palazzo del Majno
PALAZZO DEL MAINO
Breve Storia
Il Palazzo, costruito proprio di fronte all’ingresso del castello visconteo, fu costruito intorno alla metà del XVIII secolo in stile barocchetto lombardo come villa di delizia da Lorenzo Scagliosi Panizzari, rettore dell’Università di Pavia e lo cedette al marchese Giasone Del Majno di cui era stato tutore. Rimase tra i beni della famiglia fino alla fine del XIX secolo, quando passò in eredità ai signori Robolini di Pavia. Ancora oggi è di proprietà privata.
Descrizione
Il palazzo si presenta come un elegante edificio barocco, di simmetria rigorosissima, anche se purtroppo in cattive condizioni di manutenzione, da cui emergono i bei comignoli. Il corpo principale è caratterizzato da un porticato a cinque arcate al piano inferiore, fiancheggiato da due corpi laterali più bassi che, insieme alla recinzione verso strada pubblica, racchiudono un cortile d’ingresso di spiccato gusto barocco. Alle spalle dell’edificio padronale, chiuso alle estremità da due torrette angolari, si distende un grande parco, delimitato da muro di cinta e concluso a sud da due edicole settecentesche. L’edificio padronale con sale riccamente affrescate (in particolare la sala da ballo a doppia altezza, con suggestivi effetti acustici, e la prospiciente galleria) è disposto su due piani, oltre a piano cantina e vari ammezzati.
Purtroppo allo stato attuale tutto il complesso non è visitabile.
Si prosegua per Via Castello svoltando a sinistra in Via Ticino e camminando un paio di minuti si giunge all’imbocco di Via Sant’Antonio dove si erge la Chiesa Parrocchiale di Sant’Antonio Abate su un’area un tempo occupata da una chiesetta: al suo interno, a destra dell’altare, si trova la cappella dedicata alla Madonna del Rosario.
CHIESA S.ANTONIO ABATE
Breve Storia
Una prima cappella venne edificata nel 1425 da Filippo Maria Visconti con il titolo di S. Antonio Abate (piccola ma forse a tre navate) e officiata da un frate Agostino del Convento di S. Pietro in Ciel D’Oro di Pavia e dipese dalla plebania di Trivolzio fino al XVI secolo quando acquisì diritti parrocchiali propri. A causa delle cattive condizioni strutturali già a metà del XVIII secolo fu ricostruita in stile barocchetto lombardo con interno a croce greco-latina. Fu quindi consacrata il 2 maggio 1875 dal cardinale Lucido Maria Parocchi, già Vescovo di Pavia. In tale occasione fu insignita della dignità di Arcipretura.
Descrizione
La facciata principale si presenta in mattoni a vista, con il campanile sul fianco sinistro alto 40 metri, su cui svetta la croce alta 2,80 m. All’interno si vede l’altare maggiore ligneo e due cappelle che chiudono i bracci trasversali della croce latina. Quella a destra è dedicata alla Madonna del Rosario e presenta, sotto l’altare in marmo giallo-nero, una mensa in cotto con paliotto dipinto a motivi floreali. Nella cappella corrispondente sul lato sinistro si trova il Crocifisso. All’incrocio tra navata e transetto si eleva la cupola a pianta ottagonale
Chiesa aperta al pubblico e visitabile rispettando la liturgia.
Dopo aver ammirato e visitato questa chiesa aperta al pubblico riprendere Via Ticino percorrendola in senso contrario in direzione sud uscendo via via dall’abitato. All’altezza del Cimitero di Bereguardo piegare a sud-est, abbandonando la carreggiata, alla volta dei sentieri di campagna. Seguendo questo percorso ci si imbatte in diversi piccoli borghi caratterizzati dalla presenza di cascine e complessi di ville residenziali dall’importante valore storico-culturale. Questi insediamenti sono sorti su “terrazzi” naturali dai quali, in alcuni precisi punti panoramici, si scorge il fiume Ticino con il suo spettacolare paesaggio. L’entroterra è invece campagna suddivisa in appezzamenti coltivati per lo più a riso, frumento, soia e foraggio, quasi sempre delimitati da vegetazione arbustiva in particolare nei dislivelli del terreno e lungo le rogge. Si incontrano così prima Moriano poi, dopo essere passati sopra l’Autostrada A7 Milano-Genova, Boffalora e Vigna del Pero (Loc. San Varese) dove, attraversata la Strada Provinciale SP130, si incontra la Cappella di Sant’Eustachio. Oltrepassata la cappella si prenda il sentiero sterrato prima in direzione sud e quindi in direzione sud-ovest alla volta del Ticino.
Con un quarto d’ora circa di cammino su un agevole tracciato si giunge nelle vicinanze della località Molino della Valle, tipico esempio di un mulino che riesce a sfruttare il dislivello dei terrazzi fluviali, elemento caratteristico della zona. Il Molino della Valle costituisce un punto di interesse monumentale di rilevanza storica in quanto testimonia l’antica abitudine di utilizzare l’acqua trasformandola in energia meccanica. Tuttavia la struttura è oggi recintata in quanto proprietà privata e non è purtroppo possibile accedervi né transitarvi nei pressi. È posizionata 20 m più in basso rispetto al terrazzo alluvionale (alto 88m) su cui sorge Sette Filagni, lungo la scarpata esterna e a circa 100 m da una lanca prodotta da un meandro secondario del fiume. Da qui è possibile invece accedere alle meravigliose terrazze direttamente sul Ticino, originatesi naturalmente grazie all’azione erosiva del fiume, che raggiungono addirittura i 20-30 m di altezza sul livello dell’alveo. Potrete così contemplare in tutta calma il magnifico paesaggio fluviale dominato da meandri, scarpate e i comuni isolotti, il tutto in uno scenario naturalistico di pregio arricchito dall’abbondanza di vegetazione visibile sugli argini.
Spesso non è purtroppo possibile il transito lungo tutto il tratto rivierasco a causa del concreto pericolo di frane. Si continui quindi ad esplorare, ove consentito, quest’area suggestiva di terrazzi a strapiombo sul Ticino eseguendo un percorso a raggiera. Risalendo verso l’interno si raggiunga l’abitato di Torre d’Isola, comune di 2.427 abitanti a soli 10 km da Pavia.
TORRE D'ISOLA
Breve Storia
Il toponimo è di origine medievale, probabilmente ricollegato ad una torre di avvistamento, posta tra i nuclei barbarici (almeno celtici) di Zerbolò, Groppello Cairoli, Villanova d’Ardenghi, Carbonara Ticino, tutti collocati oltre il Ticino. Questo però non esclude la leggenda secondo la quale la torre fu eretta in memoria di una battaglia che ebbe luogo tra il 984 e il 985. Narra la leggenda che l’imperatrice Adelaide di Borgogna (santa per la Chiesa Cattolica e madre di Ottone II, oltre che reggente dell’imperatore, insieme alla nuora Teofano, principessa bizantina, al posto del nipote Ottone III a partire dal 983) si scontrò con le truppe nemiche, sorprendendole nella valle del Ticino, a breve distanza da Pavia e dalle posizioni fortificate del porto militare di Santa Sofia. La battaglia divampò fino a sera, dai boschi giù per i sabbioni, esaurendosi sulle isole fra i vari bracci del fiume. Le truppe di Adelaide rimasero padrone del campo, mentre i nemici superstiti si salvarono affrontando la corrente per raggiungere l’altra sponda. Dopo la battaglia, per evitare sorprese, l’imperatrice ordinò alle sentinelle di esercitare un controllo severissimo: chiunque fosse stato sorpreso ad aggirarsi nelle zone circostanti l’accampamento e sui luoghi della battaglia doveva essere catturato e messo a morte.
Nella notte alcuni soldati, di guardia dalla parte del fiume, scorsero una fiammella vagante fra gli arbusti di un isolotto, dove più cruenta era stata la lotta. Dopo un momento di esitazione e di timore, un drappello si mosse, attraversò il fiume e, fra i cadaveri che giacevano scomposti sulla sabbia, catturò una vecchietta che si aggirava con una lanterna in mano. Questa dichiarò ai soldati che cercava la salma del suo unico figlio, morto durante i combattimenti del giorno innanzi, per poterlo seppellire. La vecchietta fu condotta di fronte all’imperatrice. Adelaide, commossa dal racconto, abbracciò la donna piangente e la lasciò libera, quindi ordinò che a memoria del fatto, in onore dei caduti di quella battaglia, si erigesse una torre, su cui si dice apparve la Madonna. In realtà i primi insediamenti umani nel territorio risalgono al periodo di La Tene (V-I sec. a.C.) nella zona di San Varese, dove è stato portato alla luce un sepolcreto romano. La seconda parte del toponimo, che è sempre medievale potrebbe riferirsi alle isole sabbiose che caratterizzano il Ticino in questa località oppure l’insula, ossia le terre non sommerse dalle piene oppure un quartiere militare, erede della tradizione romana.
Si suggerisce di pranzare presso la Locanda della Contea, Piazza della Libertà 7. Dopo il pasto imboccare direzione sud-est attraversando la piazza per arrivare, nel tempo di un minuto, alla meta più importante di Torre d’Isola: Villa Botta Adorno.
VILLA BOTTA ADORNO
Breve Storia
La villa fu costruita a partire dal 1767 sul sedime di un antico edificio di proprietà della nobile famiglia pavese, ma di origine ligure, dei marchesi Botta Adorno. La concezione generale della villa a lungo fu assegnata alla marchesa Clara Schiavuzzi Botta Adorno (1785-1851), ma ciò non è plausibile almeno per il periodo iniziale della progettazione. Dai documenti risulta che l’interesse di Bergonzo Botta, importante funzionario legato alla corte di Ludovico il Moro, per Torre d’Isola risale alla fine del XV secolo, quando nel 1492 affittò un piccolo edificio, che poi acquistò nel 1497, insieme a vasti terreni tra le cascine del Boschetto e di San Varese. E’ probabile che Bergonzo Botta iniziasse già ad ampliare ed abbellire tali edifici per costruire una villa prestigiosa commisurata alle proprie ambizioni personali e infatti nel catasto teresiano si nota già la presenza di elementi di pregio quali la cappella gentilizia ed il giardino verso sud, che lascia ipotizzare la presenza di un edificio padronale importante. A partire dal 1764 l’intera proprietà era gestita, anche per conto dei nipoti, dal maresciallo Antoniotto Botta Adorno, il quale ritiratosi in pensione, decise di investire la sua liquidazione quale capo della reggenza di Toscana nella ricostruzione integrale della villa di Torre d’Isola. I lavori furono avviati nel 1767 e la casa padronale doveva essere quasi abitabile alla fine dell’estate del 1771. La decorazione degli interni fu terminata probabilmente entro il 1775, alla morte del Maresciallo Antoniotto Botta Adorno.
Descrizione
La villa Botta Adorno di Torre d’Isola presenta all’incirca un impianto a U con il corpo residenziale allungato in direzione est-ovest, dal quale si dipartono, dirigendosi verso nord, due ali più basse, ad abbracciare il cortile d’onore, dove una volta si svolgeva tutta la vita del paese. L’ala est arriva a inglobare i fianchi e l’abside della chiesa di S. Maria della Neve, attuale parrocchiale. La facciata del corpo padronale presenta due poderosi avancorpi curvilinei che delimitano il tradizionale portico su colonne a piano terra e danno movimento a tutto l’insieme, creando un effetto imponente e scenografico. Ai lati della parte residenziale si innestano le ali laterali, più basse, costituite da un piano terra e da un sovrastante mezzanino. Esse appaiono scandite da due file di finestre, incorniciate semplicemente, interrotte da quattro arcate a tutta altezza, due per ogni ala, le quali immettono ad altrettanti androni, da cui si passa alla grande corte dell’attigua azienda agricola, sul lato ovest, e si esce verso la campagna, sul lato est. Sul retro l’edificio presenta una più composta facciata neoclassica, collegata al giardino da una grande scalinata a più rampe disposte a cavea. Il corpo residenziale della villa presenta la stessa organizzazione distributiva, di altre ville dei Botta Adorno: sulla testata del portico si innesta uno scalone imperiale, che immette direttamente alla galleria del primo piano e agli ambienti di rappresentanza del piano terra, che culminano nella sala da ballo. Gli interni della villa sembrano denunciare una serie di interventi decorativi posti a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 del ’700 e il XIX secolo, con elementi provenienti da altri contesti.
La villa, di proprietà privata, viene utilizzata come location per eventi ed è visitabile internamente solo previo accordi con la proprietà.
Villa Botta Adorno
La villa è di proprietà privata e può essere visitata al suo interno esclusivamente mediante accordi preventivi presi con la proprietà. Per concludere in bellezza l’escursione si suggerisce di recarsi un’ultima volta sulle rive del Ticino usufruendo di uno strategico punto panoramico sopra un terrazzo nei pressi della villa, appendice finale di un viaggio tra le bellezze della Valle del Ticino. Da Torre d’Isola prendere poi l’autobus 4 presso la fermata Libertà (Chiesa), situata a distanza di pochi metri dalla villa, che in una ventina di minuti vi condurrà alla stazione ferroviaria di Pavia.
Cappella di Santa Maria della Neve
Si tratta di un complesso patrizio costituito dalla splendida villa padronale, residenza nobiliare settecentesca, dall’incantevole ed ampio giardino e dalla Cappella di Santa Maria della Neve, chiesa che svolge ancora oggi la sua attività parrocchiale.
CHIESA S.MARIA DELLA NEVE
Breve Storia
La parrocchia sorge piuttosto tardi nel 1783, ma la chiesa esisteva già: eretta nel 1706 per volontà dei Marchesi Botta Adorno, come cappella di famiglia, aperta però ai contadini. La presenza della famiglia è talmente forte che lo stemma (con il motto tedesco “mit zeit” = col tempo) è collocato al centro della facciata, al posto della dedicazione del santo. Il campanile, di forme barocche, risale al 1954 e sostituisce il precedente più basso e ormai pericolante.
Descrizione
La facciata è molto semplice a spartiti settecenteschi che mettono in risalto il ricco portale barocco con timpano a volute contrapposte e grande cartoccio al centro, replicato in basso con la data di costruzione. Anche l’interno è molto semplice, a navata unica absidata con due corti bracci su cui si aprono due cappelle. L’interno, coperto da una volta a botte lunettata, è scandito da paraste doriche, su cui si impostano archi trasversi. Pregevole il disegno delle balaustre barocche in marmo, mentre nel coro si conservano una Madonna del Rosario in legno settecentesca e uno stemma policromo raffigurante la Madonna con Bambino, in cima ad una corta torre medievale, che ricorda la leggenda della nascita del borgo. A sinistra dell’ingresso, sotto il campanile c’è la cappelletta funeraria dei Botta Adorno, riformata da Clementina Botta Adorno pochi anni prima di morire, con protiro neoclassico contro la parete a bugnato, progetto di Giuseppe Balzaretti.
Chiesa aperta al pubblico e visitabile rispettando la liturgia.
Carta itinerario del percorso Bereguardo – Torre d’Isola





